Il Natale degli eritrei prigionieri nel Sinai.

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Milano, 24 dicembre 2010. Vedere la propria madre stuprata dai predoni. Sentire le urla di dolore di quanti vengono picchiati brutalmente con sbarre di ferro. Aver bisogno di latte e dover bere acqua salata.
È il Natale che attende il piccolo Karim. Un nome. Una storia. Comune agli oltre 250 sventurati da più di un mese ostaggi dei trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai, a ridosso con Israele. Molti di loro sono cristiani, e ciò che sperano è che quel bimbo nato in una mangiatoia nella non lontana Betlemme possa portar loro il donopiù ambito: la libertà. Karim, Fatima, Ahmed…A chi affolla le sale cinematografiche per l’immancabile cinepanettone natalizio, proponiamo un altro racconto. Vero. Drammaticamente vero.
È il «Natale nel deserto» di 250 esseri umani che avevano tentato di raggiungere l’Europa, l’Italia ma sono stati respinti e gettati in pasto a criminali senza scrupoli. La loro realtà è questa: donne stuprate davanti ai loro familiari. E i tanti, i più, che non possono pagare il riscatto – 8mila dollari a testa – possono tentare una fuga disperata, che per otto di loro si è conclusa con la morte. Oppure possono attendere, nel terrore, che la minaccia si trasformi in realtà: l’espianto di reni per chi non può pagare. Tra quei 250, in maggioranza eritrei, ci sono diverse donne.
Una di loro Fatima è agli ultimi giorni di gravidanza. Ai familiari con cui ha potuto parlare al telefono per pochi secondi – concessi dai predoni agli ostaggi per invocare il pagamento del riscatto – Fatimaha detto in lacrime: “Come posso partorire con le catene ai piedi…».
A dar conto di una sofferenza indicibile è don Mussie Zerai, sacerdote di Asmara e fondatore di Habeshia, l’Ong che si occupa dell’inserimento di migranti africani in Italia: «Ieri – dice il sacerdote a l’Unità – ho parlato con l’ambasciatrice egiziana presso la Santa Sede. Mi ha ripetuto che per loro non ci sono riscontri, che la ricerca continua…”. Non ci sono riscontri. Per le autorità egiziane, Karim, Fatima, Ahmed…non esistono. Ma Ahmedesiste e la sua odissea dovrebbe scuotere le coscienze dei go-vernanti italiani.
Ahmed è uno di quelli che nell’ estate del 2009 avevano cercato un passaggio via mare verso l’Italia primadi essere bloccato e ricacciato indietro dalle motovedette libiche gentilmente regalate dall’Italia per permette alla Libia del Colonnello Gheddafi di svolgere al “meglio” la funzione di gendarme del Mediterraneo. Ora Ahmed è prigioniero nel deserto. Quando va bene, lui e i suoi compagni di sventura mangiano una pagnotta e bevono acqua salata. «Intanto – racconta don Zerai – continuano i maltrattamenti, ci sono persone con gli arti rotti che rischiano di rimanere invalide e non si sa più nulla di 4 ragazzi portati via dai predoni con la minaccia di asportare loro un rene per rivenderlo rivenderlo… Torniamo a chiedere che in caso di liberazione scatti una rete di protezione e che le persone rapite non siano arrestate dalla polizia egiziana come è avvenuto nelle settimane scorse perunaltro gruppo di 63etiopi, oppure deportate nel loro Paese d’origine. Che qualcuno se ne faccia carico e che i profughi, una volta accertata la loro situazione, possano essere smistati in diversi Paesi europei… ». Tra i quali l’Italia.
La storia di Ahmed
ci riporta ai respingimenti di quel luglio 2009. Respinti dall’Italia. «L’Italia non ha mai dato a questi individui la possibilità di chiedere asilo, e adesso essi corrono il grave rischio di ritrovarsi scaricati nel deserto o deportati in Eritrea”, aveva denunciato Bill Frelick, direttore del Refugee Program a HumanRights Watch. «L’Italia – aveva aggiunto – è responsabile per le persone che ha respinto in Libia, un Paese senza legge sull’asilo che li ha brutalizzati. È l’Italia che li ha esposti a questo pericolo, ed è l’Italia che da tale condizione dovrebbe toglierli”. Dovrebbe, ma non lo fa. E il non farlo contribuisce a questo Natale di sofferenza: il Natale di persone trattate come bestie, incatenate in container interrati, sprangate quotidianamente.
«Al di là delle parole – denuncia don Zerai – tutti quelli che possono e dovrebbero fare qualcosa sembrano essersene lavate le mani». Ma quelle mani rischiano di grondare sangue. Sangue di innocenti. Nessuna fonte ufficiale egiziana ha confermato le notizie riguardanti i nascondigli del Sinai in cui vengono tenuti gli ostaggi anche se l’associazione umanitaria Everyone sostiene di aver comunicato da giorni «tutte le informazioni per raggiungere i profughi, imprigionati nella periferia egiziana della città di Rafah, nei pressi di un edificio governativo, circondati da un frutteto, accanto a una grande moschea e a una chiesa trasformata in scuola».
Gli esponenti di Everyone accusano il governo egiziano di «mentire» in proposito e «per scongiurare l’assassinio di altri innocenti», affermano, «ci rivolgiamo a Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i Diritti Umani». Karim, Fatima, Ahmed…E Hassan: l’ultima sua telefonata alla madre ad Asmara è quella di un ragazzo ormai allo stremo: «Faceva fatica a parlare – racconta la madre – non ce la faccio più, ripeteva piangendo, fate qualcosa, qui ci massacrano di botte, a chi chiede acqua rispondono: bevi la tua urina…».
L’inferno nel deserto
Quale sia il destino di quanti provano la fuga lo ricorda un rapporto del gruppo Physicians for Human Rights-Israel (Phr), che ricorda la vicenda dei 250 eritrei prigionieri in Sinai. Il rapporto dell’associazione dei medici israeliani si basa su questionari distribuiti fra i pazienti dell’ospedale del Phr-Israel a Tel Aviv. I profughi, etiopi ed eritrei, raccontano che i trafficanti beduini prendono in consegna gruppi di 2-300 persone per condurli in Israele, ma poi li rinchiudono in container e gabbie metalliche dove vengono picchiati, privati di cibo e acqua, sottoposti a torture con ustioni e scariche elettriche, appesi per i piedi o le mani. Le donne vengono separate dagli uomini e stuprate. Dei 165 aborti richiesti all’ospedale fra gennaio e novembre 2010, la metà erano per gravidanze frutto di stupri. Mentre i profughi sono prigionieri, i trafficanti telefonano ai parenti chiedendo ingenti somme di riscatto. Una volta liberati e giunti al confine con Israele, i profughi rischiano di venire feriti o uccisi dagli spari delle guardie egiziane al confine.
Molti profughi che entrano in Israele -136 nel 2010secondo i dati del ministero della Difesa, probabilmente di più secondo Phr – vengono immediatamente espulsi verso l’Egitto, dove rischiano di essere rimandati nei paesi d’origine. Altri – attualmente sono 2 milavengono rinchiusi in centri di detenzione in Israele, anche per periodi di anni, in attesa di ottenere asilo. Vite stuprate. Non è una metafora. È la realtà. Stuprate nel deserto, come lo sono state nei lager libici dove continuano ad essere segregati eritrei, somali, etiopi, nigeriani…
«Non abbiamo acqua potabile – dice Fatima – dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali. Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie». Le ultime parole sono una supplica: «Chi può ci aiuti. Fate qualcosa. E presto… ». È il messaggio di Natale che giunge dal Sinai.
Fonte: Everyone group, articolo di U.De giovannangeli-l’ Unità

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