Sinai, donne migranti stuprate nel deserto

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La metà delle donne africane visitate dai medici di PHR nel centro sanitario di Tel Aviv, sono state violentate nel deserto egiziano, dopo un estenuante e pericoloso viaggio verso Israele.
Tel Aviv 14 dicembre 2010  Nena News (foto da Care) – Cresce il numero delle richieste di interruzione volontaria di gravidanza da parte  di donne migranti che dopo un estenuante e pericoloso viaggio attraverso il Sinai, riescono ad arrivare in Israele. A dare la notizia in questi giorni sono i medici della Open Clinic di Tel Aviv-Jaffa, gestita dall’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights (PHR), un centro di assistenza che accoglie ogni anno migliaia di rifugiati e richiedenti asilo africani, in fuga dai loro paesi, e che quando arrivano in Israele non avrebbero alcuna copertura sanitaria né supporto psicologico.
Nelle conversazioni con i medici, molte donne hanno confessato di essere state violentate prima di entrare in Israele. Su un totale di 165 interruzioni volontarie di gravidanza seguite dalla clinica tra gennaio-novembre 2010, PHR stima  che la metà siano state richieste da donne stuprate nel Sinai. Nello stesso periodo, 1.303 donne sono state sottoposte a trattamenti ginecologici, la maggior parte dei quali resisi necessari a causa delle violenze subite, durante il lungo viaggio attraverso il deserto africano. Le difficoltà affrontate nel Sinai hanno anche provocato un aumento del numero di pazienti assistiti presso i servizi riabilitativi  della Open Clinic. Nei primi 11 mesi del 2010, 367 persone sono state sottoposte a trattamento ortopedico e 225 a fisioterapia.
Per raccogliere informazioni più precise sul crescente numero di casi di violenza, sequestro, stupro, abusi fisici e sessuali, PHR ha deciso di documentare in modo sistematico  le testimonianze dei pazienti che arrivano in Israele attraverso il deserto del Sinai. Intervistando ad oggi 167 persone provenienti da Eritrea ed Etiopia, Sudan, Costa d’Avorio Leone, Somalia, Nigeria, Ghana, Congo e Sierra, tra cui 108 uomini e 59 donne.
I primi risultati mostrano che i rifugiati eritrei ed etiopi  subiscono le maggiori violenze e quindi ai fini del rapporto redatto, le loro risposte sono state analizzate separatamente. Delle 13 donne che hanno accettato di rispondere alle domande relative a episodi di violenza sessuale (22% del totale), il 38% ha risposto affermativamente. Se si eccettua la parte relativa alle violenze sessuali, la partecipazione alle interviste è stata elevata.  I seguenti dati sono stati raccolti attraverso 144 interviste. Il 77% dei rifugiati  eritrei ed etiopi hanno raccontato di essere stati vittime di  aggressioni fisiche, quali pugni, schiaffi, calci e frustate (rispetto al 63% di pazienti provenienti da altri paesi africani). Il 23% dei pazienti eritrei ed etiopi hanno riferito di aver subito bruciature, marchiature a fuoco, scosse elettriche, e di essere stati appesi per le mani o i piedi. Nessun paziente proveniente dagli altri paesi ha raccontato di aver subito questo genere di torture.  Il 94% degli eritrei ed etiopi ha riferito di essere stato privato di cibo e il 74%, privato di acqua. Un fenomeno che si verifica anche tra gli altri rifugiati africani.
Due settimane fa, il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha realizzato un approfondito  reportage intitolato  Desert Hell (Inferno Deserto) in cui PHR, denuncia le torture e gli abusi, ormai istituzionalizzati,  subiti dai rifugiati (specialmente da  quelli provenienti da Etiopia ed Eritrea), nel Sinai, durante l’estenuante viaggio verso Israele . Secondo numerosi resoconti , gruppi di circa 200-300 eritrei sono portati nel Sinai, dove sono detenuti in container o aree recintate. I prigionieri sono sottoposti a tortura mediante percosse o bruciature, mentre i contrabbandieri chiamano i loro parenti chiedendo l’immediato trasferimento di denaro  in cambio della garanzia per il rilascio e per il transito fino al confine con Israele. A causa delle ingenti somme richieste come riscatto, spesso sono necessarie settimane o addirittura mesi affinché i rifugiati possano raggiungere la frontiera. E’ durante questo periodo che le donne sono separate dal gruppo, detenute in ambienti appartati e sottoposte a ripetuti atti sessuali, abusi e stupri per mano dei loro rapitori.
Lo scorso fine settimana, PHR ha raccolto nuove testimonianze che inducono a ritenere che la situazione nel Sinai stia diventando sempre più precaria.   Mentre in precedenza alle vittime veniva richiesto  di pagare tra i 2.500-3.000 dollari, attualmente la somma chiesta come  riscatto è di   9.870 dollari. Secondo quanto è stato riferito a PHR da fonti vicine agli  ostaggi attualmente sequestrati nel deserto, circa 220 persone sono attualmente detenute dai contrabbandieri in un ‘campo di tortura’ del Sinai. Al  gruppo di 80 individui che sono arrivati un mese fa si sono aggiunti la scorsa settimana 140 profughi diretti verso Israele.
Il confine tra Egitto ed Israele e la detenzione al momento dell’ingresso
Oltre ai rischi e ai soprusi già menzionati, i profughi diretti in Israele devono anche affrontare le guardie di frontiera egiziane che spesso ’sparano per uccidere’. Nell’ultimo anno, gruppi di rifugiati hanno affermato che le guardie di frontiera egiziane sono diventati più spietate, ferendo e uccidendo più rifugiati rispetto agli anni passati. Secondo l’indagine di Physicians for Human Rihgts, delle 47 persone che hanno accettato di rispondere alle specifiche  domande, 12 hanno raccontato di essere stati colpiti da spari. A peggiorare ulteriormente  le cose vi è la  politica definita  “hot return” (ritorno caldo) adottata a volte dall’esercito israeliano e  contraria al diritto internazionale; i rifugiati vengono cioè respinti in Egitto per un lasso di tempo che varia da un’ora a cinque giorni dal loro ingresso in Israele. Nonostante i rapporti sulle percosse, le morti, gli  stupri e i respingimenti immediati siano ben noti alle autorità israeliane, queste politiche continuano ad essere routine.
Ogni rifugiato che entra in Israele è trattenuto in uno dei due centri di detenzione israeliani: ad oggi si tratta di circa 2.000 rifugiati e richiedenti asilo, tra cui donne, bambini piccoli, e minori non accompagnati. Devono aspettare diverse settimane o anche mesi prima di vedere un medico penitenziario e problemi come la riabilitazione e la salute mentale sono del tutto trascurati. Dopo settimane di attesa, mesi e talvolta anni, i richiedenti asilo sono rilasciati con nient’altro che un biglietto dell’autobus per una delle più importanti città di Israele.
I profughi respinti da Israele in Egitto vengono poi rimpatriati nella maggior parte dei casi. I profughi catturati dalla polizia egiziana sia nel deserto sia al confine subiscono abusi fisici e sessuali, la detenzione e la deportazione verso i loro paesi d’origine. Sebbene l’UNHCR e le ONG egiziane siano talvolta in grado di intervenire in favore dei profughi di fronte al rischio del rimpatrio (compresi i casi in cui questo significa la morte certa o la  detenzione in paesi quali Sudan, Eritrea e Somalia), nel corso degli ultimi tre anni centinaia di rifugiati sono stati rimpatriati dall’Egitto verso i loro paesi d’origine. Nel giugno 2008, varie fonti hanno riportato una deportazione di massa di centinaia di profughi eritrei ed etiopi verso i loro paesi d’origine. Molti sono stati uccisi al loro arrivo, altri sono stati imprigionati o sottoposti alla coscrizione militare.
Fonte: Nena News

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