“Dite a mia madre che io ce l’ho fatta”

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Ragazzini in fuga senza soldi né famiglia
“Dite a mia madre che io ce l’ho fatta”

I giovani tunisini sbarcati a Lampedusa raccontano la loro odissea. Bechir:”Ho visto uccidere mio fratello in strada, sono corso via mio padre mi ha detto: scappa e non tornare mai più”  di VLADIMIRO POLCHI

Ragazzini in fuga senza soldi né famiglia "Dite a mia madre che io ce l'ho fatta"

ROMA – “Ho visto uccidere mio fratello sulle strade di Tunisi. Sono corso via veloce. Quando sono arrivato a casa i miei genitori mi hanno detto: parti e non tornare mai più”. Bechir, 17 anni, è tunisino. Un mese fa è sbarcato a Lampedusa, oggi vive in una comunità d’accoglienza nel Lazio. Bechir è uno dei settecento minori stranieri non accompagnati approdati in Italia dal 10 febbraio scorso. Un’emergenza nell’emergenza: un esercito di ragazzi e bambini, soli, spesso invisibili.I minori stranieri non accompagnati si trovano fuori dal proprio Paese d’origine, senza genitori, né tutori. Per legge, non possono essere espulsi (articolo 19 della Bossi-Fini), né trattenuti nei centri per adulti, ma devono essere ospitati nelle comunità d’accoglienza sul territorio nazionale. Il loro identikit? “Nel corso del 2011 dalla Tunisia sono arrivati per lo più ragazzi soli, tra i 16 e i 17 anni – spiega Viviana Valastro, coordinatrice di Save the Children a Lampedusa – mentre ora dalla Libia stanno sbarcando soprattutto bambini, spesso accompagnati da almeno un genitore”. Settecento sono i minori non accompagnati arrivati durante l’emergenza, 34 quelli ancora trattenuti a Lampedusa. Il 90% proviene dalla Tunisia. Dove sono ospitati? Nelle comunità d’accoglienza di Sicilia, Calabria, Puglia, Lazio, Emilia Romagna e Liguria. Non solo. Agli adolescenti, sono seguiti i bambini: in appena due giorni, l’8 e 9 aprile, 31 bambini accompagnati dai genitori sono sbarcati a Lampedusa, di cui 10 hanno meno di un anno (eritrei e somali). “Il 9 aprile – racconta Valastro – dalla Libia è arrivata Karima, una bimba di 4 anni, assieme alla cuginetta, alla mamma e a una zia, entrambe diabetiche. Sono state trasferite a Crotone, in un centro d’accoglienza per richiedenti asilo. I genitori, marocchini, lavoravano da 18 anni in Libia. Vogliono rimanere a vivere in Italia e raggiungere Mantova, dove la mamma di Karima ha due sorelle e dove è stato sepolto anche il nonno”.Perché i minori lasciano il proprio Paese? C’è chi aspira alla protezione internazionale, chi dichiara di scappare da violenze, chi ammette di aver colto un’opportunità per migliorare le proprie condizioni di vita. Gran parte dei minori tunisini dichiara di voler proseguire il proprio viaggio verso la Francia. “Sono scappato dalla capitale – racconta Mohamed, tunisino, 16 anni – dove vivevo con mio papà. Durante le violenze, ho pensato di fuggire e raggiungere mia mamma che vive in Francia. Ora spero di incontrarla presto”.
Nel nostro Paese, i minori non accompagnati hanno diritto a ottenere un permesso di soggiorno valido fino al compimento del diciottesimo anno. E poi? Il 3° Rapporto di Save the Children (Ong nata nel 1919 e presente in oltre 120 Paesi) su “L’accoglienza dei minori in arrivo via mare” lancia l’allarme: “Il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) determina, di fatto, l’impossibilità di convertire il permesso di soggiorno per i minori non accompagnati, che hanno fatto ingresso in Italia a un’età superiore ai 15 anni: la prospettiva è di ritrovarsi irregolari una volta compiuti i 18 anni”. Corrono questo rischio ben 5.847 minori sui 6.587 censiti nel 2009. Il pacchetto sicurezza, infatti, richiede la permanenza di almeno 3 anni in Italia, prima del conseguimento della maggiore età. Un requisito che difficilmente potranno soddisfare i minorenni tunisini arrivati in questi giorni.
E’ il caso di Karim, 16enne, partito da Karkar assieme al fratello di 26 anni, ma su barche diverse. Karim è arrivato a Lampedusa il 14 marzo. “Mio fratello invece non è mai arrivato: la sua barca è naufragata. Sono morti in 41”. Per arrivare in Italia, Karim ha pagato 1.500 dinari. “Me li ero guadagnati vendendo mangimi per animali; lavoravo perché papà ha perso il lavoro dopo un incidente. Pensavo da tempo di venire in Italia, da quando un mio amico, vicino di casa, è partito e i suoi genitori hanno cominciato a ricevere soldi dall’Italia. Ma io sono partito senza che papà lo sapesse, e questo mi rende triste”. Karim vuole rimanere in Italia, ha un fratello a Padova.
Avrà, invece, probabilmente diritto all’asilo Ahmed, 16 anni, somalo. Forse raggiungerà alcuni parenti in Belgio o forse resterà in Italia. Però una cosa l’ha ben chiara: adesso è libero, finalmente. Dietro alle spalle, Ahmed si lascia 4 mesi passati in un centro di detenzione a Misurata, in Libia. Prigione a cielo aperto in cui finivano anche i minori, in disprezzo delle norme internazionali. “La guerra ha fatto sì che da quei centri adesso si possa scappare – racconta Ahmed – ci sono tantissime persone pronte a partire e imbarcarsi. Duecento euro è costato il mio viaggio. Adesso, a Lampedusa mi serve ancora qualche spicciolo e soprattutto una cabina telefonica per avvisare mamma e i miei 6 fratelli, tutti in Etiopia, che ce l’ho fatta”.

fonte: Repubblica.it

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