Quanto vale un profugo

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L’emergenza Nord Africa costa 1,2 milioni al giorno

Alla prima nevicata la pazienza dei migranti è finita: lo scorso 20 settembre in 40 si sono messi in cammino dai 1800 metri del villaggio sciistico Le Baite di Montecampione, nel bresciano (dove sono ospitati in 114), fino alla cittadina più vicina, una decina di chilometri a valle. «Siamo scappati dalla guerra in Libia, ci avete accolti.
Ma ora perché ci lasciate per mesi lassù da soli?», hanno chiesto alle autorità. Faceva impressione vedere la carovana di giovani dalla pelle nerissima scendere tra quelle valli.
Così come si rimane di sasso nel vedere centinaia di ragazzi dell’Africa subsahariana (quasi tutti i profughi libici in fuga erano lavoratori stranieri) fuori dall’enorme residence Ripamonti di Pieve Emanuele, o al porto di Marghera, o in altre decine di strutture in Italia, che passano le loro giornate in attesa che la loro domanda di accoglienza venga accolta o meno: hanno vitto e alloggio garantito e gratuito, ma non possono lavorare per legge, e non hanno quasi mai un soldo in tasca.

Sono in 26.395, al 3 ottobre 2011, i profughi inseriti nel Piano accoglienza varato dal ministero dell’Interno la scorsa primavera per far fronte all’emergenza Nord Africa. A parte i minori, i 1.667 che stazionano nell’ex villaggio dell’esercito Usa di Mineo, nel catanese, ora adibito a centro di sosta temporanea, i restanti 22.211 sono oggi disseminati nelle regioni italiane sulla base del rapporto: mille migranti ogni milione di abitanti. Per ogni adulto, lo Stato gira ai gestori delle strutture, Mineo esclusa, fino a 46 euro per gli adulti e fino a 80 euro per i minori. Ogni giorno per l’emergenza si spendono circa 1,2 milioni di euro. Anche se potrebbero essere almeno il doppio, le stime del Viminale parlano di 60mila arrivi da gennaio ad oggi. «Sì, ma di molti di loro, soprattutto tunisini, una volta ottenuto il permesso di soggiornotemporaneo per scopo umanitario, si sono perse le tracce», interviene Fabrizio Curcio, referente operativo di Franco Gabrielli, capo della Protezione civile nominato commissario nazionale per l’emergenza profughi.

Questo l’iter: «Una volta che il profugo supera lo screening a Lampedusa, dove viene accertato il motivo non economico della fuga, viene inserito nel Piano e sistemato in strutture di piccole o medie dimensioni la cui disponibilità ci viene segnalata dai nostri soggetti attuatori regionali, che di solito sono i prefetti».
È a questo punto che il destino dei migranti si divide in due: alcuni vengono presi in carico in strutture messe a disposizione da Comuni o privati e gestite dal non profit con progetti di reinserimento o di formazione, altri invece finiscono in alberghi fantasma dove, nella maggior parte dei casi, vengono sostanzialmente parcheggiati.
Comunque sia, per ogni profugo il gestore riceve dallo Stato (quindi dai contribuenti, che da luglio pagano anche l’accisa di 4 centesimi al litro sulla benzina come “tassa sull’accoglienza ai profughi”) 46 euro al giorno. «Soldi che devono essere usati per l’accoglienza integrata», ribadisce Curcio, citando le direttive inviate alle strutture, che seguono gli standard in atto nei Cara, i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo: «Gli interventi di base sono contestuali a servizi per favorire l’autonomia delle persone, come mediazione e assistenza».

Non è sempre così. «Il problema è che le direttive sono state rese uniformi solo a inizio settembre, per questo ci sono situazioni difficili», spiega Alberto Bruno, presidente della sezione provinciale milanese della Croce Rossa italiana, riferendosi al residence Ripamonti di Pieve Emanuele. Che oggi ospita 235 migranti. Totale, 10.810 euro al giorno che finiscono nelle tasche dei proprietari della struttura, il cui amministratore delegato è il consigliere provinciale del Pdl Giuseppe Milone.
La stessa scena si ripete spesso in Lombardia (vedi le Baite di Montecampione: cibo e letti per 114 immigrati per un costo di 5.244 euro al giorno), la regione più popolosa e quindi, come da accordi, più accogliente: è infatti l’unica che oggi supera le 3mila unità, seguita da Lazio, Sicilia e Campania. Ma scena che, per fortuna, è contrapposta a decine di esperienze modello, dove istituzioni e privato sociale vanno a braccetto. Come avviene per buona parte dei 270 profughi sparsi tra i piccoli comuni della provincia di Monza e Brianza. «Alcuni cittadini hanno concesso loro gratis le seconde case, ora li stiamo aiutando a inserirsi nel tessuto sociale», spiega Enrico Davolio, presidente del consorzio CS&L e direttore della coop sociale Aeris, che “gestisce” 70 migranti con uno staff di otto persone tra mediatori e consulenti legali. «Alcuni di loro sono diventati soci volontari nelle nostre realtà, in attesa di sapere se verrà accolta la loro richiesta di asilo», sottolinea.

I primi verdetti sono previsti per inizio 2012, «comunque tutti potranno rimanere in Italia fino alla fine della loro pratica, anche se il Piano accoglienza, in scadenza il 31 dicembre, non venisse rinnovato», chiarisce Curcio. Nel frattempo la Protezione civile ha avviato con l’Oim un programma di rimpatrio volontario assistito per 600 persone, «in particolare per chi vuole tornare in Libia o per chi è consapevole di non avere chance per l’asilo».
Daniele Biella

fonte: Yalla Italia

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