Emergenza Cie «Ecco perché sono illegali»

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Emergenza Cie-«Ecco perché sono illegali»

Non solo ingiusti, incivili e inutili. I Centri di identificazione ed espulsione sono illegali e incostituzionali. Alessandra Ballerini ci spiega il perché.

Ogni volta che riesci, grazie a qualche parlamentare che ti “nomina” per l’occasione suo accompagnatore, ad entrare in un Cie, ogni volta che guardi i migranti in gabbia che si accalcano contro le grate per supplicare libertà e diritti, ti domandi come sia possibile che tali luoghi esistano e siano legali. E come sia possibile che questi prigionieri senza colpa né reato ci si ostini a chiamarli ospiti.

Ogni volta che parli con loro, con i migranti in gabbia, la prima cosa che ti chiedono è perché sono rinchiusi in quel luogo senza regole. Ti assicurano che non hanno commesso reati. E allora inizia la parte più difficile: devi spiegare loro che stanno in gabbia non per quello che hanno fatto ma per quello che sono: ovvero migranti privi, loro malgrado, di permesso di soggiorno. Questa spiegazione li getta ancor più nello sconforto: se la colpa è esistere e respirare in suolo italico senza un permesso (o più spesso con un permesso scaduto o richiesto ma mai concesso) la punizione potrebbe non avere mai fine. E di sicuro non ha una ragione. E la punizione del Cie non solo non è ragionevole né giusta ma neppure può dirsi legale.

Basta vedere chi lo popola un Cie: donne vittime di tratta fermate ai bordi di un marciapiede, donne che ai sensi dell’art. 18 (Testo Unico sull’immigrazione) e della direttiva 36/2011 andrebbero messe sotto protezione e non espulse o imprigionate; tossicodipendenti, ex detenuti, persone affette da malattie fisiche o mentali (che in un Cie per legge non dovrebbero mai metter piede); richiedenti asilo “rifiutati” dalle commissioni o in attesa di giudizio o ignari della possibilità di chiedere asilo nel nostro Paese; e poi i più: gli irregolari per legge, i migranti che il permesso lo hanno pure chiesto ma non lo hanno potuto avere perché truffati da qualche datore di lavoro o dalle nostre leggi sulle sanatorie, migranti per i quali è impossibile per legge convertire o rinnovare il titolo di soggiorno (si pensi ad esempio ai cittadini albanesi che possono entrare in Italia per motivi di turismo ma non possono convertire il titolo di ingresso in permesso per lavoro), ed i tantissimi che avendo perso il lavoro non possono rinnovare il permesso d soggiorno.

Dov’è la loro colpa? Di cosa li si deve punire? Perché stanno rinchiusi?

Il trattenimento nei Cie dovrebbe essere funzionale alla realizzazione di una espulsione o di un respingimento, e non può assumere un carattere meramente afflittivo, questo impone la disattesa Direttiva 2008/115/CE che prevede il trattenimento come estrema ratio nei soli casi in cui sia prevista l’espulsione con allontanamento coatto e per darvi esecuzione sia indispensabile trattenere lo straniero.

Da qui la prima illegalità dei Cie: l’art. 10 della Costituzione prevede: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali».

A ciò si aggiunga la lettura del perfetto e rassicurante articolo 13 della Costituzione: «la libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge»: Questa norma, che tutela la nostra libertà e lo stato di diritto del nostro paese sancendo la separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) ci dovrebbe permettere di dormire sonni tranquilli sapendo che nessun abitante del nostro Paese, che ne abbia o no la cittadinanza, potrà mai essere, perquisito, detenuto, imprigionato o spedito in chissà quale paese, per un capriccio di un poliziotto o di un ministro, ma solo in base a leggi e dopo la convalida di un magistrato.

Gli articoli 2 e 3 della Costituzione che garantiscono la pari dignità ed i pari diritti di cui sono titolari tutte le persone, rendono palese l’applicazione (confermata da molte pronunce della Corte Costituzionale, per tutte si veda Corte costituazionale, sent. n. 105/2001) dell’art. 13 anche ai migranti.

Dunque la Costituzione prevede che la libertà del singolo si può limitare, ma solo nei casi e nei modi previsti da una legge, e comunque in modo da non ledere la dignità del detenuto, nel rispetto del principio di uguaglianza ed in conformità con le norme ed i trattati internazionali.

Ora, in materia di immigrazione, la legge italiana ovvero il decreto legislativo 286/98 (e successive innumerevoli modifiche), stabilisce all’art. 14 che lo straniero sia trattenuto «per il tempo strettamente necessario quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera ovvero il respingimento» perché, ad esempio, occorre procedere al soccorso dello straniero, o ad accertamenti sulla sua identità o nazionalità o occorre acquisire i documenti di viaggio o ancora è impossibile trovare un mezzo di trasporto per l’accompagnamento .

L’ art. 9 § 2, lett. b) della direttiva 2008/115/CE che esplicitamente, considera giustificato motivo di rinvio dell’allontanamento l’esistenza di «ragioni tecniche, come l’assenza di mezzi di trasporto o il mancato allontanamento a causa dell’assenza di identificazione» cozza evidentemente con l’art. 14 del T.U. immigrazione che prevede tali “accidenti” come motivi di trattenimento.

In presenza di un rinvio per allontanamento per le predette ragioni tecniche, la direttiva (art. 9) prevede infatti non già il trattenimento in un Cie, bensì l’imposizione di obblighi quali quelli considerati dall’art. 7 (consegna documenti, cauzione, obbligo di presentazione all’autorità, obbligo di dimora).

Ed ancora. L’art. 15 direttiva 2008/115/CE, dopo avere segnalato il carattere di estrema ratio della misura del trattenimento, indica quali siano i presupposti positivi che –in alternativa- giustificano (solo qualora e sino a quando l’allontanamento sia consentito e possibile) il trattenimento:

(a) sussistenza di un rischio di fuga; (b) condotta del cittadino di Paese terzo che evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento.

L’opposto dell’art. 14 comma 1 D.lgs. n. 286/1998 che prevede: «Quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l’effettuazione dell’allontanamento, il questore dispone che lo straniero sia trattenuto (…)» e tra le situazioni che legittimano il trattenimento rientrano, oltre a quelle indicate all’articolo 13, comma 4-bis [rischio di fuga], anche quelle riconducibili alla necessità di prestare soccorso allo straniero o di effettuare accertamenti supplementari in ordine alla sua identità o nazionalità ovvero di acquisire i documenti per il viaggio o la disponibilità di un mezzo di trasporto idoneo.

Quindi, mentre l’art. 15 direttiva 2008/115/CE fa riferimento non equivoco ad una condotta (di sottrazione od ostacolo all’allontanamento) del cittadino di Paese terzo, l’art. 14, comma 1, D.lgs. n. 286/1998 fa riferimento a circostanze oggettive, a degli incidenti non necessariamente ascrivibili a condotte del cittadino straniero o anzi, addirittura estranee alla sua sfera di intervento (come la disponibilità di documenti di viaggio o di un idoneo vettore).

E’ evidente quindi che il nostro art. 14 non è conforme alle previsioni della direttiva[1] perché di fatto imputa allo straniero sempre un “rischio di fuga” e con ciò ne legittima l’espulsione coatta e, nei casi sopra descritti, il previo trattenimento. E dunque se non è conforme alla direttiva 115/2008 non può dirsi legittimo.

Peraltro l’art. 14 del Testo Unico si limita ad elencare i “casi”, ma nulla dice sui “modi” di detenzione per i migranti irregolari.

L’art. 14 indica infatti come Cie «quelli individuati o costituiti con decreto del Ministero dell’interno, di concerto con i Ministri per la solidarietà sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica».

Ma la legge non prescrive che Cie “individuati” abbiano determinate caratteristiche tali da tutelare la dignità dei trattenuti. Questa lacuna ha fatto sì che venissero “individuati” Cie nei luoghi più disparati (si pensi a Palazzo San Gervasio in Basilicata, dove un’area utilizzata come riparo dai raccoglitori di pomodori e chiusa perché inagibile per ragioni sanitarie è stata riconvertita e destinata temporaneamente al trattenimento di migranti) o che luoghi nati come Centri di primo soccorso e accoglienza fossero di fatto convertiti in Cie (si pensi a Contrada Imbriacola a Lampedusa dove persino i minori sono stati rinchiusi diverse settimane in assenza peraltro di qualsiasi provvedimento amministrativo e di convalida giudiziaria che giustificassero il trattenimento).

Il T.U. immigrazione non contiene sostanzialmente nessuna prescrizione circa le modalità del trattenimento nei Cie, salva l’indicazione del tutto generica che tali modalità debbano assicurare il pieno rispetto della dignità (e ci mancherebbe altro!) o che debba essere «assicurata in ogni caso la libertà di corrispondenza anche telefonica con l’esterno» (art. 14, co. 2) e che «ai fini della comunicazione allo straniero dei provvedimenti concernenti l’ingresso, il soggiorno e l’espulsione, gli atti sono tradotti, anche sinteticamente, in una lingua comprensibile al destinatario» o comunque in una delle lingue “veicolari” (art. 2, co. 6).

Eppure per la detenzione carceraria le modalità di privazione della libertà, sebbene spesso de facto violate, sono previste per legge ed estremamente dettagliate , e contengono ad esempio disposizioni sulla grandezza dei locali, sull’illuminazione, sull’alimentazione, l’igiene, le visite, ecc (regolamento penitenziario stabilito con legge del 26 luglio 1975 n. 354).

Per i Cie invece non c’è alcuna previsione di legge sulle modalità di detenzione.

È bensì vero che il Regolamento di attuazione del T.U. immigrazione (artt. da 20 a 23 del d.P.R. 31.8.1999 n. 394) contiene alcune prescrizioni in materia di modalità di trattenimento e funzionamento dei Centri; ma intanto il Regolamento non è una «legge» ma un decreto del Presidente della Repubblica e come tale non può soddisfare la riserva dell’art. 13 Costituzione, e poi il regolamento fornisce indicazioni assolutamente generiche e confuse.

Particolarmente problematica[2] appare la previsione del comma 8 dell’art. 21 , che con una delega di secondo livello devolve integralmente all’autorità amministrativa (prefetto, sentito il questore) l’adozione delle «misure occorrenti per regolare convivenza all’interno del centro… nonché quelle occorrenti per disciplinare le modalità di erogazione dei servizi predisposti per le esigenze fondamentali di cura, assistenza, promozione umana e sociale e le modalità di svolgimento delle visite», e ciò «in attuazione delle disposizioni recate nel decreto di costituzione del centro e delle direttive impartite dal ministro dell’interno».

Né può supplire a tale mancanza il fatto che le modalità di trattenimento sono stabilite in convenzioni (quasi mai pubbliche) stipulate con gli enti gestori.

Questo in concreto significa che l’esercizio effettivo dei diritti dei trattenuti può essere regolamentato da provvedimenti non legislativi ma amministrativi, spesso “segreti” e diversi da Cie a Cie.

Eppure la Costituzione prevede anche il principio di uguaglianza e di certo non consente che i diritti inviolabili delle persone private, per qualsiasi ragione, della libertà personale, possano essere discrezionalmente delimitati o ristretti da atti o provvedimenti amministrativi, con la conseguenza che un migrante, a seconda del Cie in cui avrà la sventura di essere trattenuto, avrà in alcuni casi il diritto ad esempio a tenere con sé il proprio cellulare ed in altri assolutamente no, oppure potrà riposare su un letto piuttosto che su un blocco di cemento o su un materasso di gommapiuma grezza buttato a terra ecc… E quando sei privato di tutto, in primis della libertà, sapere di avere ancora dei minimi diritti che ti devono essere riconosciuti ovunque e comunque, per legge, indipendentemente dalla città in cui ti trovi, dalla convenzione con l’ente gestore (e da quanto l’ente incassa al giorno per ogni singolo trattenuto) e indipendentemente dal Cie in cui sei rinchiuso, costituisce l’ultimo baluardo per la salvaguardia della dignità. E la dignità a differenza della libertà, non può mai essere “ristretta”.

«Nessuno dubita del valore della libertà. Essa è come l’aria che respiriamo, come il cibo di cui ci nutriamo. È un bene prezioso. Ma c’è qualcosa di più importante. Pur preziosa che la libertà sia non esiste costituzione, in nessuna parte del mondo, che non preveda che della libertà si possa essere privati: per ragioni serie previste dalle leggi e con la garanzia che i propri diritti siano rispettati e tuttavia la libertà può essere tolta. Ma non può esistere nessuna costituzione, nessuna legge, in nessun paese del mondo che possa prevedere che una donna o un uomo possa essere privato della sua dignità. E questo è il cuore della questione dei diritti umani da cui tutti i passi successivi dipendono: alzare una barriera a difesa della dignità della persona che non possa essere oltrepassata per nessuno, nemmeno per il peggiore degli assassini».

Tantomeno per degli innocenti.

di Alessandra Ballerin, fonte: CorriereImmigrazione

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