Caponero, padrone bianco. Una telecamera nei campi di pomodori

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Caponero Capobianco from Za Lab on Vimeo.

“Ma di chi è la colpa?” si chiede un ragazzo africano che appartiene all’esercito di “uomini illegali” che vagano da una campagna all’altra del Meridione italiano. Seguendo le stagioni: le arance a Gioia Tauro e Rosarno, le primizie a Caserta, i pomodori nel foggiano, il melone in Basilicata, le olive ad Alcamo. E vanno così a tappare i buchi del modello mediterraneo dell’agricoltura, in piedi da un paio di decenni e fondato su lavoro nero, sfruttamento e caporalato. Lo racconta molto bene il documentario “Caponero Capobianco” di Rossella Anitori e Francesco Laforgia, prodotto da ZaLab, sulle vite dei braccianti nella provincia di Foggia, la grande piana dell’oro rosso, il pomodoro.

Proprio la terra di Giuseppe Di Vittorio, leader delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Qui, migliaia di migranti africani vivono come uomini trasparenti: presenti quando c’è da spezzarsi la schiena tra perini e pomodori da insalata, ma invisibili per lo Stato e senza alcuna protezione giuridica. Si svegliano quando è ancora buio; ammassati nei furgoni percorrono un labirinto di strade sterrate fino ai campi dove lavorano a testa bassa per oltre dieci ore. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga e tutti sono pagati “a cassetta”: 3 euro e mezzo per una da mezza tonnellata. Il 95% è in nero: non conoscono buste paga, contratti né diritti.

Vengono reclutati dai loro stessi connazionali, i “capineri”, dietro a cui si nasconde il “padrone bianco”.

Due facce della stessa medaglia, quella di un sistema che dal 2011 la legge riconosce come reato, ma che nelle campagne italiane è ancora la regola.

“In tre anni tra pomodori, agrumi e olive, non ho mai visto un controllo sul posto di lavoro”, racconta Koudous, 27 anni, arrivato 4 anni fa dal Burkina Faso.

La sua è una storia comune tra le campagne pugliesi: “viaggio della speranza” nel Mediterraneo, Lampedusa, centro per richiedenti asilo politico a Crotone, rifiuto della protezione internazionale e del permesso di soggiorno, lavoro nero. Ma nella stagione della raccolta del pomodoro, in Puglia arrivano circa 13mila stranieri. Anche dal nord, spinti dalla crisi.

Come Khaled, 32 anni, ghanese, che a Milano lavorava come magazziniere, con un contratto regolare.

Perso il lavoro, non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Ora, con un decreto di espulsione alle spalle, è tagliato fuori dai giochi.

“Ma almeno mando qualche euro a mio figlio Daniel di 8 anni e alla mia famiglia che in Ghana sta costruendo una casa”.

In un Paese dove una giornata di lavoro è pagata poco più di un euro, anche i “nuovi schiavi” sono la dimostrazione pratica, per quanto paradossale, che il sogno europeo funziona.

“Ma alle nostre famiglie non raccontiamo dove viviamo e che mangiamo alle mense della Caritas”, spiega Khaled.

Non raccontano che alloggiano in tuguri pericolanti, in ghetti e vecchie fabbriche, senza acqua, né luce, né igiene.

di Stefano Pasta

Caponero Capobianco (doc, 6’, Italia, 2012) di Rossella Anitori e Antonio Laforgia. Fotografia: Rossella Anitori, Antonio Laforgia, Raffaele Petralla. Montaggio: Rossella Anitori, Antonio Laforgia, Chiara Russo

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