Emergenza profughi: i siriani denunciano violenze nel rilevamento impronte

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Samar ha gli occhi lucidi ma cerca di non farli vedere alla figlia di 7 anni. Perché piange questa madre siriana, in fuga dagli orrori della guerra, al mezzanino della Stazione Centrale di Milano? Risponde Amgad, un giovane di 27 anni qui accanto a lei, anche lui di un villaggio vicino a Homs: «Ci hanno preso le impronte digitali». Per questo non possono più fare domanda di asilo politico nel Nord Europa, dove vogliono andare quasi tutti i profughi sbarcati nell’ultimo anno, perché là hanno parenti e migliori condizioni di integrazione.
In base all’Accordo di Dublino, la domanda si può invece presentare solo nel primo Paese europeo in cui i polpastrelli sono stati schedati. Per Amgad e Samar, l’Italia. Cioè esattamente dove non vogliono stare.
Amgad racconta che a Taranto, una volta sbarcati, le forze dell’ordine hanno preso le impronte con la forza:

«Non volevamo, ma ci hanno preso con le braccia dietro la schiena e strattonato. Così». E per mostrarlo, afferra la dita di un suo compagno e le schiaccia con rabbia sulla transenna vicina. Intanto, Samar ha smesso di tentare di nascondere le lacrime alla figlia, non riesce a trattenerle.

A Milano come nei centri del Sud, non è l’unico caso di violenza denunciato dai profughi siriani. Giovedì, a Pozzallo (RG), in duecento erano in sciopero della fame per protestare contro il rilevamento coatto delle impronte nel centro di prima accoglienza all’interno del porto. Di “accoglienza” in realtà c’è ben poco: tramite WhatsApp, hanno inviato alla rete di attivisti che li sta aiutando, foto di schiene con lividi ed ematomi. La polizia avrebbe detto: «Con le buone o con le cattive prenderemo le vostre impronte». Del resto, nell’allegato alla circolare “Emergenza immigrazione, indicazioni operative”, inviata il 25 settembre dal Ministero dell’Interno alle questure italiane, si legge:

«In ogni caso la polizia procederà all’acquisizione delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario».

Venerdì 10 ottobre, nel Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) allestito nell’ex aeroporto militare di Isola Capo Rizzuto (KR), un altro gruppo di siriani era in sciopero della fame. Tra di loro, 32 donne e 21 minori. Mentre era rinchiusa con il figlio di due anni, N., via WhatsApp, mi ha detto:

«Sono entrate più di dieci persone nella stanza con i manganelli, donne e bambini hanno iniziato a urlare, due sono svenute».

Sui social network, alcuni attivisti, anche loro in contatto con i cosiddetti “ospiti” del centro, hanno parlato di un pestaggio. Il senatore Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senato, ha chiesto che «ne sia controllata la veridicità». «Già  in passato – continua – si erano manifestate numerose critiche nei confronti della gestione del Cara (la Confraternita della Misericordia, ndr) e delle condizioni di vita degli ospiti. Il mese scorso, nello stesso centro, è morto un profugo pakistano in circostanze ancora da verificare». I deputati Chaouki e Bossio hanno presentato un’interrogazione al Viminale, dopo che anche Save The Children, l’Unhcr e il Garante dell’Infanzia della Regione Calabria hanno segnalato la denuncia dei profughi siriani.

Da Isola Capo Rizzuto, i profughi hanno mandato una registrazione audio. Si sente un militare italiano che, per convincerli a dare le impronte, chiede all’interprete di tradurre in arabo: «Dopodiché possono andare dove vogliono». Non è esattamente così. Come Amgad e Samar, potranno lasciare l’Italia solo illegalmente, affidandosi ai trafficanti per attraversare le frontiere interne europee, ma il finale è già scritto: arrivati alla meta, le loro domande di asilo saranno respinte e dovranno tornare in Italia. Tutto per colpa dei polpastrelli schedati.

Oltre alla denuncia di violenze fisiche, ci sono anche quelle contro il diritto internazionale. Giovedì, all’aeroporto di Orio al Serio, vicino a Bergamo, sei siriani sono stati fermati perché arrivavano dalla Grecia con passaporti falsi (unico modo che avevano per uscire dalla Siria).


Uno di loro era un oppositore politico di Assad condannato a otto mesi di carcere in patria, due volevano raggiungere le mogli in Germania. A due avvocati presenti a Orio su richiesta dei siriani, è stato negato il permesso di incontrarli. Alle 5 del mattino di ieri, quattro sono stati rispediti in Grecia, nonostante alcune sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo abbiano recentemente sospeso i rimpatri verso lo Stato ellenico; gli altri due sono stati lasciati “liberi” di tentare di andare verso il Nord.

Questi fatti, come altri di cui abbiamo parlato qui, dimostrano come da fine settembre siano cambiate le modalità di “accoglienza”. Il 9 ottobre, Alfano lo ha spiegato così: «La polizia italiana ha stretto ancora di più i bulloni dell’organizzazione». Tradotto, l’Italia ha messo fine a quella pratica, contraria al diritto europeo ma rispettosa della “libertà” di scelta dei profughi (oltre che più conveniente economicamente per l’Italia), per cui a chi fuggiva dalla guerra veniva informalmente permesso di attraversare la Penisola senza lasciare traccia nel database europeo dei polpastrelli. Secondo alcuni commentatori, i bulloni di Alfano e le denunce di violenza delle tanti madri come Samar sono il prezzo da pagare per un accordo politico non scritto: l’Italia prende le impronte di chi sbarca, in cambio l’Europa finanzia l’operazione Triton che permette di pensionare Mare Nostrum.

di Stefano Pasta (Corriere della Sera-La città nuova)

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