L’eritreo R. che si è impiccato in Svizzera

Gallery

L’eritreo R. che si è impiccato in Svizzera

La “Fortezza Europa” ha vinto. Venerdì R. si è arreso. Non possiamo scrivere il suo nome per esteso, i suoi amici stanno ancora cercando di contattare la madre. Devono dirle che suo figlio, a 29 anni, ha arrotolato le lenzuola e si è impiccato nella stanza in cui era detenuto. È successo ad Aarau, nel cantone svizzero di Argovia, in uno dei 28 centri di espulsione per sans-papiers della Confederazione Elvetica dove ogni anno migliaia di uomini e donne vengono incarcerati senza processo né condanna. Insomma, la versione svizzera dei nostri Cie.

R. veniva dall’Eritrea, dove vige una dittatura poliziesca e feroce. Dal 1993, anno di indipendenza dall’Etiopia, non si sono mai svolte elezioni, non c’è una Costituzione e sono negate le libertà fondamentali. Isaias Aferwerki, il dittatore, ha militarizzato il Paese: non ci sono più giornali né radio libere, rischia l’arresto chiunque parli male del governo o senta radio o tv straniere. R. era scappato per evitare il servizio militare a vita. Come spiega Amnesty International, «l’arruolamento è spesso esteso a tempo indeterminato». È schiavitù legalizzata: le reclute sono costrette a svolgere lavori forzati, spesso come minatori.

R. aveva un amico eritreo della sua stessa cittadina che in Svizzera ce l’aveva fatta, era riuscito a trovare un lavoro e a costruirsi una famiglia. Sognava di farcela anche lui. R. sapeva che la strada era dura, piena di pericoli e di cadaveri, ma non voleva rinunciare al suo sogno. Eritrea, Etiopia, Sudan, deserto del Sinai con il rischio di essere taglieggiato dai predoni, e poi la Libia quando c’era ancora Ghedaffi. Qualche mese di inferno, in quelle carceri, dove ti torturano per costringerti a chiamare i parenti e farti mandare i soldi del riscatto da versare alle guardie. Allora sei libero, pronto a prendere una carretta del mare per avvicinarti al sogno. È l’unico modo: vie legali non esistono, alle ambasciate europee non ti rispondono neppure. R. sa che se arriverà in Italia e gli prenderanno le impronte digitali, non potrà più chiedere i documenti per la Svizzera; in base all’Accordo di Dublino, la domanda si può presentare solo nel primo Paese europeo in cui i polpastrelli vengono schedati. Eppure, è difficile arrivare in barca tra le montagne svizzere…

Tre anni fa, R. prende la barca per l’Italia. Una coperta termica che acceca, una bottiglietta d’acqua e pochi biscotti secchi sono i primi ricordi. I militari italiani gli prendono le impronte e allora deposita la sua domanda di asilo politico nel Belpaese. Ottiene lo status di rifugiato, insieme al permesso di soggiorno e all’obbligo per l’Italia di farsi carico di un progetto di inserimento per lui. Lo sanciscono le leggi internazionali, è un diritto di chi ha l’asilo politico. Peccato che l’Italia sia gravemente inadempiente: basti pensare che nel 2011, ben 41 tribunali tedeschi sospesero i rimpatri verso l’Italia dei “dublinati”, cioè di chi in base all’Accordo di Dublino poteva chiedere asilo solo sulla Penisola, perché nel sistema di accoglienza italiano mancavano le condizioni minime per un processo di inclusione sociale.

In ogni caso, per R. la protezione internazionale, a parte il documento, non si traduce in nessun aiuto concreto. Finisce a vivere accampato in un palazzone fatiscente con vari disperati a Roma, poi a Milano in un capannone abbandonato dell’ex Scalo di Porta Romana. Il sogno elvetico non viene abbandonato. R. passa le Alpi e riesce a vivere in Svizzera qualche mese. Intravede la possibilità: bisogna faticare, l’ostilità verso gli stranieri c’è eccome, però, anche grazie all’aiuto di alcuni connazionali, capisce di potercela fare. Magari un giorno anche lui potrà costruirsi una famiglia come l’amico della sua cittadina. Ma poi R. è fermato, detenuto in un centro di espulsione e, nel marzo 2013, rimpatriato in Italia. Tra Milano e Bologna, trova una situazione ancora peggiore di prima e anche la motivazione inizia a scemare. Lo scorso agosto l’ultimo tentativo: si affida a un “passeur”, un trafficante di uomini che per lui è l’unico modo per rientrare nel Paese che lo ha cacciato con un “divieto di ingresso”. La Svizzera è rimasta il suo sogno, per cui combatte da anni. Ancora una volta R. perde: la polizia lo arresta di nuovo, lo porta a Aarau ed era in attesa di formalizzare il suo secondo rimpatrio. Secondo l’Agenzia Habeshia, in Svizzera sono 600 i profughi, in gran parte eritrei, per cui è in corso di istruttoria il decreto di espulsione verso l’Italia. Venerdì R. ha tolto il disturbo, ha ceduto psicologicamente.

Vittima dell’Accordo di Dublino di un’Europa che ripristina i confini nazionali solo per i migranti.

La Fortezza Europa può forse cantare vittoria. In realtà, ricorda la famosa orchestra del Titanic, che continua a suonare fingendo di non accorgersi che le sue politiche di chiusura  arricchiscono trafficanti di uomini, distruggono vite, ma certo non fermano ragazzi come R. che inseguono il sogno legittimo di una vita migliore.

Fonte: LA CITTÀ NUOVA

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s