Marce gemelle in Italia e in Messico: “Aiutateci a trovare i desaparecidos delle migrazioni”

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Partiranno sabato da Lampedusa e percorreranno 2000 chilometri per arrivare il prossimo 6 dicembre a Torino. Contemporaneamente, dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, un altro gruppo di persone marcerà per le strade del Messico. Diversi i continenti, identico l’obiettivo: richiamare l’attenzione del mondo sui migranti desaparecidos, cioè le persone che un giorno sono uscite dalle loro case per andare in un altro Paese, hanno detto arrivederci ai loro familiari, e sono scomparse nel nulla.
Il termine desaparecido viene associato alla tragedia che si consumò in Argentina negli anni della dittatura, ma di recente è stato esteso alle persone scomparse durante le migrazioni: in Europa i morti nel Mediterraneo, in America le vittime del deserto tra il Messico e gli Stati Uniti. La marcia italiana è stata organizzata da un coordinamento di 15 organizzazioni, tra le quali Amnesty International, Servizio civile internazionale e fondazione Benvenuti in Italia. A organizzare la marcia americana è la Caravana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos.
Il collegamento ideale tra la tragedia dei desaparecidos sudamericani e i morti nel Mediterraneo è stato formalizzato all’inizio della scorsa estate con la presentazione di un appello al Tribunale dei popoli (noto anche come Tribunale Russel) affinché venga aperta un’indagine sulle vittime del mare. Uno dei promotori di questo appello è Enrico Calamai, l’ex viceconsole italiano a Buenos Aires che negli anni della dittatura militari salvò la vita a centinaia di oppositori italo-argentini fornendo loro i documenti per espatriare.
Secondo Calamai e gli altri promotori dell’appello, le morti nel Mediterraneo – così come quelle causate dalla dittatura militare argentina – hanno dei responsabili che devono essere individuati e perseguiti. Vanno ricercati all’interno delle istituzioni europee e nei governi degli Stati che hanno fatto poco o nulla per garantire alle persone titolari del diritto d’asilo di raggiungere in sicurezza in Paesi democratici. E in questo modo hanno violato il diritto internazionale.
Un’iniziativa dal forte valore simbolico. Ma tra i migranti esistono anche desaparecidos in senso letterale. Cioè uomini e donne che sono scomparsi nel nulla dopo essere approdati sulle nostre coste. O che, in America, non hanno più dato notizie di sé dopo aver concluso la traversata del deserto ed essere riusciti a superare la frontiera statunitense (frontiera che monsignor Eusebio Elizondo, vescovo ausiliare di Seattle, non a caso definisce “la nostra Lampedusa”).
Sul numero delle vittime, nel mare come nel deserto, esistono solo delle stime. Per il Mediterraneo si parla di ventimila morti dalla metà degli anni Novanta a oggi, per il confine messicano la stima è di settemila. E’ molto raro che i familiari abbiamo una tomba su cui piangere. E questo alimenta spesso illusioni tragiche che impediscono di elaborare il lutto. Nella maggior parte dei casi, infatti, il silenzio corrisponde alla morte. Ma non è sempre così. C’è chi davvero scompare, non dà più notizie, ed è ancora vivo. A volte in un carcere, a volta in un ospedale, altre volte ancora vaga senza più ricordi, o distrutto dalla vergogna e dalle umiliazioni subite durante il viaggio, nelle periferie delle metropoli.
Alla carovana dei migranti Lampedusa prendono parte anche due donne tunisine, Mounira Chagraoui e Noureddine Mbarki, madri di ragazzi partiti per l’Italia tra il 2010 e il 2012, al tempo della “primavera araba”. Sono ancora alla ricerca dei loro figli i cui nomi compaiono nella lista dei più di 500 giovani tunisini di cui non si hanno più notizie. Molti di loro sono morti durante la traversata, ma non tutti. E sicuramente non i figli delle due donne. Quello di Mounira Chagraoui – Amin Ben Hassine – è certamente giunto in Italia, tanto che fu registrato nel Centro di identificazione e di espulsione di Caltanissetta. Mentre il figlio di Noureddine – Karim – è stato riconosciuto da un conoscente in un servizio televisivo su un gruppo di migranti sbarcati a Lampedusa.
Sono certamente giunti in Italia, dunque, ma poi se ne sono perse completamente le tracce. Dove sono finiti? Una richiesta di aiuto fu rivolta dai familiari dei desaparecidos tunisini al presidente Giorgio Napolitano quando andò in visita ufficiale a Tunisi. Il dubbio (ma anche la speranza) è che siano stati fermati senza documenti, abbiano dato false generalità e si trovino reclusi. Le loro madri chiedono alle autorità italiane di sostenerle nella ricerca. E partecipano alla marcia soprattutto per questo.
NUOVI DESAPARECIDOS
“Voci dallo Spazio”

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