Non è cambiato nulla!

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Il 3 ottobre 2013 la nostra coscienza veniva scossa dalle terribili immagini e dai racconti dell’immane strage di migranti presso l’isola di Lampedusa, in quella notte che vide morire 366 persone nel naufragio di un peschereccio. Il clamore e lo sconforto di quei giorni furono grandi, per giorni si parlò soltanto di quell’esorbitante numero di innocenti che perdevano la vita sulle nostre coste, nel tentativo di fuggire dalla miseria, nello sforzo di raggiungere l’Europa, un eldorado di promesse, un’illusione. E l’Europa si mobilitò in quei giorni, in molti tra capi di stato e di governo raggiunsero l’isola, furono molte soprattutto le telecamere che documentarono l’evento; ricordo che il papa si recò a Lampedusa per commemorare le vittime, per chiedere che un orrore simile non avvenisse più.
Oggi si fa di nuovo la conta, il nuovo orrendo computo dell’ennesima ecatombe: 29 giovani sono morti di freddo a bordo di mezzi militari italiani del tutto inadeguati al soccorso dei disperati in ipotermia, mentre il numero delle vittime stimate cresce di ora in ora; si parlava di 300 persone disperse in mare stamattina, 330 in serata. Sappiamo benissimo che il numero preciso di quelle vite svanite, dissipate nell’orrendo nero del Mediterraneo, non lo conosceremo mai; sappiamo benissimo che il numero crescerà. Eppure di fronte a questa ennesima strage alcuni aspetti mi colpiscono: i TG ne parlano, ma la notizia passa in secondo piano rispetto alle prime pagine dedicate alle scaramucce della politica, ai dati micro e macro economici, addirittura al Festival di Sanremo; della nuova strage di Lampedusa si parla nel quarto, o quinto servizio dei telegiornali, sulle homepage dei quotidiani online la notizia va cercata, non appare scritta a caratteri cubitali in cima, con tanto di accompagnamento di immagini, volti cupi di politici e giornalisti, ostentati sensi di colpa. Mi chiedo, ci saremo abituati a tutto ciò? Siamo ormai assuefatti alle stragi di migranti? “Strage di migranti”, è ormai divenuta una dicitura che non colpisce, che non sconvolge, che non smuove le nostre coscienze? Queste parole hanno mai smosso le nostre coscienze, realmente? Ci siamo mai soffermati a riflettere sulla violenza di questi conteggi, sulla brutalità dei numeri di cui ci serviamo per parlare di queste tragedie inumane, che lasciano dietro di sé una sconfortante e abissale indifferenza? 300 morti, o 330, che differenza fa? E le decine, le centinaia di vite senza nome di cui non sentiremo mai parlare?
No, non è cambiato nulla. O forse qualcosa è cambiato, ma in peggio, probabilmente. I giorni successivi alla tragedia di Lampedusa del 2013 si mobilitarono le istituzioni, e fu attivata la ben nota operazione italiana Mare Nostrum, un’operazione costosissima messa in campo dall’Italia per pattugliare e soccorrere i migranti alla deriva, con un vasto dispiegamento di mezzi militari, di personale sanitario e di soccorso. I dati del Ministero dell’Interno parlano di 100mila profughi salvati fino al 31 dicembre 2014 da Mare Nostrum; un numero elevato di vite salvate, che vede tuttavia come contraltare un elenco vastissimo di dispersi, circa 3mila. Fino al 31 dicembre, dicevo, perché l’operazione si è conclusa: era troppo costosa per il nostro Paese, e l’Italia si trovava sola ad affrontare questo drammatico fenomeno. All’operazione Mare Nostrum è seguita Triton, iniziativa europea che vede schierati 29 paesi e che sulla carta si propone di non lasciare sola l’Italia nella gestione dei flussi migratori dal nord Africa. Ora, aldilà delle denominazioni grottesche usate per definire queste operazioni, sono mesi che in molti cercano di mettere in luce come questo passaggio di consegne sia, già nelle premesse, foriero di nuovi e forse ben più gravi disastri umanitari: Triton vede lo stanziamento di 2,9 milioni di euro al mese (circa due terzi in meno rispetto a quanto veniva stanziato dalla sola Italia per Mare Nostrum) e si presenta come semplice operazione di pattugliamento e controllo della frontiera, senza prevedere interventi di soccorso sanitario ed umanitario. Se l’Italia metteva in campo mezzi dell’Aeronautica Militare, della Marina Militare e della Guardia Costiera, oltre al personale medico, a terra e a bordo delle imbarcazioni (per non parlare dell’aiuto delle popolazioni costiere di Lampedusa e della Sicilia), l’Europa interviene con un semplice controllo navale, senza presupporre la necessità di soccorrere persone in difficoltà, naufraghi o dispersi. Triton non è sufficiente, non sarà sufficiente; Triton rischia di essere già in partenza un tragico fallimento, e le vittime di queste ore sono una prima avvisaglia, e tutti sanno che con l’arrivo della primavera il numero di migranti in arrivo verso le coste italiane crescerà fisiologicamente a livello esponenziale.
Per quanto tempo ancora dovremo misurare con la perdita di vite umane gli evidenti fallimenti delle nostre politiche europee? Questa staffetta tra Italia ed Unione Europea lascia sgomenti: è sconfortante accorgersi che, nonostante le tante persone che hanno pagato con la vita situazioni che non hanno contribuito a causare, di cui sono da decenni vittime, non vi sia ancora nessuno che si assuma la responsabilità di affrontare con coraggio ed efficacia un problema che deve essere risolto, che richiede con forza interventi politici intenzionali, reali, strutturali. Da tempo in molti, tra cui voci autorevoli come quella del Presidente della Camera Laura Boldrini, chiedono l’apertura di un canale umanitario affinché chi fugge da guerre o da situazioni di emergenza possa chiedere asilo alle istituzioni europee direttamente nei paesi d’origine senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani, eppure si resta ancora sul piano delle intenzioni, dei proponimenti e del puro sgomento passeggero. Qual è il senso di un’Europa che si dice moderna e civile se ogni settimana assistiamo a questo devastante conteggio di morti? Questa situazione di stallo diplomatico tra Italia ed Europa deve cessare, è una situazione che sconvolge e che lascia tutti a nascondersi dietro le proprie prese di posizione formali, a recitare un orrendo scaricabarile mentre in migliaia pagano tristemente per aver sognato di potersi costruire una vita migliore, lontano da povertà e miseria. È ora di dire basta, e di agire. Troppo spesso si è detto basta di fronte alle telecamere per poi ripetere il giorno dopo gli stessi errori. Soltanto quando il Mediterraneo, e la disperazione dei migranti che lo attraversano, diverranno un problema per tutti, e si passerà dalle parole ai fatti, si potrà realmente parlare di Europa, e di civiltà europea. Fino a quel momento resteranno parole vuote, simboli violenti di un’assenza, di un vuoto, di un nulla, della profonda mancanza di umanità, dell’indifferenza e dell’oblio. Quasi come se, anche di fronte alla disperazione più profonda, si potessero ancora una volta chiudere gli occhi, o semplicemente si potesse cambiare canale.
Giorgio “Voci dallo Spazio”                                                                                                      122\2015

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