R, DA EREDE DI UN REGNO IN CAMERUN A RICHIEDENTE ASILO IN ITALIA

«Il mio nome è R, nel mio Paese dovevo diventare re, invece sono giunto in Italia su un barcone. Con me c’erano centinaia di uomini e donne, morti annegati.»

R è l’erede al trono di un regno del Camerun. Mi scruta nell’alloggio Pangea della Cooperativa sociale il Biscione a San Pier d’Arena, Genova, accanto alla moglie e al figlio di 4 anni. Sulla sua storia Fabrizio Matteini e Michele Vindimian hanno girato un cortometraggio, I have Confidence in You (Ho fiducia in te), nato da un’idea dell’avvocato Alessandra Ballerini. Ricordare e raccontare gli costa tanto, ma accetta di farlo. Mantiene un’espressione regale.

La sua odissea inizia 10 anni fa quanto il nonno re stava per morire. Il re ha tre mogli, ma solo una è quella che può generare l’erede: e questa ha solo una figlia femmina, la madre di R, che quindi diventa erede al trono. Ma lo zio sessantenne di R, figlio di un’altra moglie del re, non accetta l’idea di essere suddito di un ragazzo di 19 anni. Vuole diventare lui il nuovo sovrano a tutti i costi, e decide di ucciderlo. Un giorno R sta camminando per strada, vede la gente del suo villaggio che si sbraccia, gli urla da lontano: «Attento!». Ma lui non capisce, sorride, chiede: «Cosa? Non sento»… e viene travolto alle spalle da una grossa auto. Lo zio usurpatore non è fortunato: dopo 4 mesi di coma e un anno di ospedale, R è ancora vivo. Ma di fronte alla volontà omicida dello zio decide di fuggire. Si sposa con D, una ragazza del villaggio, e si trasferiscono in Nigeria. Vorrebbe fare l’università, ma lo zio impedisce a suo padre di mandargli i soldi necessari. R capisce di non poter studiare e di doversi guadagnare da vivere. Inizia a fare riparazione di elettrodomestici. Si sposta con la moglie in Niger, e qui si mette a far l’elettricista. Si guadagna poco, e tutti gli dicono: in Libia pagano molto di più. Così lui e la moglie, dopo aver messo da parte i soldi necessari, partono per attraversare il deserto alla volta di Tumu, sul confine con la Libia. È un’esperienza allucinante. Due settimane di marcia nel deserto per evitare i posti di blocco, intervallati dalle corse in jeep. Sulla pista trovano le ossa dei cadaveri di chi non ce l’ha fatta. Anche alcuni compagni di viaggio di R, sfiniti, si abbandonano al deserto. Chi conosce l’inferno della via dei migrati da Agadez a Tumu, i cimiteri collettivi tra le dune, le migliaia di uomini e donne bloccati e trasformati in schiavi nell’oasi di Dirkou, sa che R non esagera.

Arrivano in Libia, prima a Tumi, poi Murzuq e Sabha, dove R lavora alcuni mesi per guadagnare i soldi necessari per proseguire il viaggio. Passano da Tripoli e infine raggiungono Misurata, dove R conosce dei connazionali. Solo dopo 6 mesi dall’arrivo in Libia R riesce a telefonare al padre, che per proteggerlo decide di dare la falsa notizia della sua morte. Così lo zio che ha tentato di ucciderlo può finalmente prendersi il suo trono. Mentre l’usurpatore si gode la cerimonia tradizionale di insediamento R fa l’elettricista nei cantieri di Misurata. Spesso lui e gli altri neri sono fermati dalla polizia: per non finire in carcere senza motivo, ogni volta devono pagare 200 dollari. La moglie, come tutte le immigrate nere, vive sotto costante minaccia di violenza. Un giorno un poliziotto gli dice: «Voi neri adorate tanti dei». R è cristiano, si arrabbia e risponde: «Non è vero». Finisce in galera per due mesi. Solo ogni 2 o 3 giorni gli aprono la porta della cella perché possa andare in bagno. Lo salva il suo capo cantiere, che dovendo costruire un nuovo palazzo ha bisogno di un elettricista.

È il 2008 quando nasce il loro bambino. Ma R e D continuano a vivere nel terrore. Se sentono bussare alla porta in modo insolito temono che sia la polizia venuta a chiedere soldi, o a violentare. Andarsene è impossibile: come tutti gli altri immigrati africani, sono sostanzialmente prigionieri. Con lo scoppio della guerra civile nel febbraio dell’anno scorso la situazione peggiora drammaticamente. La gente è convinta che i neri siano tutti mercenari al soldo di Gheddafi. Ne vengono uccisi a decine, a centinaia, li vanno a prendere persino nei cantieri. Se sei nero, ti fermano per strada e ti chiedono: «Ti piace Gheddafi?». Hai il 50 per cento di possibilità di sopravvivere. Se rispondi di no, e a chiedertelo sono gli sgherri del regime, sei morto; se dici di sì e hai a che fare con i rivoltosi, idem. R si chiude in casa con la moglie e il figlio di 3 anni. Dalla loro finestra vedono cadaveri di neri e di libici trucidati. Per mangiare mandano a fare la spesa i padroni di casa, che per 5 euro di acquisti ne pretendono 50. Per un chilo di riso si prendono il televisore, poi i telefoni cellulari, i braccialetti. Iniziano le visite dei soldati di Gheddafi. Vogliono che R vada a fare il mercenario, vogliono  usare la moglie e il bambino come scudi umani. Lui ha messo da parte 10 mila dollari lavorando nei cantieri, un po’ alla volta li finisce. Un giorno dice al combattente di una milizia del regime: «Non ho più niente». E quello: «Allora violento tua moglie davanti al bambino». Ma il piccolo si mette in mezzo, urla, piange, picchia il miliziano. Lui si ferma e se ne va. Ma dopo qualche giorno torna con altri gheddafiani, che li caricano tutti e tre su un camion affollato. Ci sono tanti bambini. Vengono scaricati in un campo sporco e freddo, in attesa di essere imbarcato verso l’Italia. Il Rais ha deciso di spedire tutti i neri sui barconi verso Lampedusa, come arma di ricatto contro l’intervento armato occidentale.

Per due settimane vivono ammassati a centinaia in stanze anguste: quasi tutte le donne subiscono violenza dai soldati. Poi, una notte, vengono trasportati in un porto e imbarcati con la forza. A partire sono tre barconi stipati all’inverosimile. Solo il primo è dotato di bussola e gps, gli altri due devono seguirlo. Quello sui cui sale R è  il più piccolo, sono in 280 persone. Su ciascuno degli altri due circa 600. Alla partenza i soldati dicono: «Il viaggio durerà 12 ore!». Non hanno né acqua né cibo. Ben presto il mare si scatena. Passa il tempo, ma di Lampedusa non c’è traccia. La seconda mattina, all’alba, si sentono urla dal primo scafo. R e gli altri vedono increduli il barcone sovraccarico che si divide letteralmente in due parti. Uomini, donne, bambini piangenti finiscono in mare chiedendo aiuto, ma le altre due barche si allontanano per timore di affondare anch’esse. In pochi minuti le onde sommergono tutti. La guida è perduta, le due imbarcazioni superstiti si mettono a girare in tondo. La quarta mattina, il secondo scafo comincia a imbarcare acqua. Ancora urla, pianti disperati, il barcone di R si allontana per salvarsi. La gente ormai sfinita si arrende in fretta, nel giro di pochi minuti è silenzio. La barca di R finisce il carburante ed è in balia delle onde, tra i cadaveri che galleggiano. I 280 passeggeri hanno vomitato tante volte per il mare in burrasca, non mangiano e non bevono da 4 giorni. Il figlio di R ha sete, ha la febbre, lo guarda e gli chiede: «Mi avete portato qui per morire nel mare?». Sua madre che lo tiene in braccio si mette a piangere. R gli risponde: «No, tu non morirai!». Sulla barca il silenzio è assoluto. Nessuno ha più la forza di parlare. Molti sperano che la morte arrivi in fretta, qualcuno si è già lasciato scivolare in mare.

Improvvisamente il bambino di R inizia a cantare un inno religioso con una melodia dolce e queste parole: I have confidence in you, Jesus (Ho fiducia in te, Gesù). Tutti i superstiti iniziano a cantare con lui. Dopo mezz’ora all’orizzonte compare una piccola nave. Diventa sempre più grande. È un cargo tunisino. Non può avvicinarsi troppo per il rischio di far naufragare quella barchetta malconcia persa tra le onde. Il comandante invita tutti alla calma con l’altoparlante: sono già stati chiamati i soccorsi. R sa che la barca potrebbe affondare da un momento all’altro, e prega: «Dio, salva mio figlio e mia moglie, io posso anche morire». Arriva la lancia della Guardia costiera italiana. Prima caricano i bambini e le madri. R pensa solo: grazie, Dio. Poi gli uomini. Subito dopo la barca affonda. Da Lampedusa erano lontanissimi: ci arrivano in due ore di navigazione a velocità sostenuta. Il bambino è portato all’ospedale e si riprende. Dopo due giorni li trasferiscono a Bari, da qui a La Spezia dove per la prima volta, dopo anni, R e la moglie si sentono al sicuro. Poi arrivano al centro Il Biscione di Genova: è qui che R mi racconta la sua storia. Ora il bambino va all’asilo, si trova bene: un giorno una maestra voleva raccontare una fiaba sulla guerra e lui si è messo a piangere. R le ha spiegato che il piccolo ha visto troppo.

A differenza dell’80 per cento dei richiedenti R ha ottenuto asilo politico. Da qualche parte sta cercando lavoro, ma senza successo, anche se parla tre lingue. A dicembre scade l’Emergenza umanitaria Nordafrica. Significa che R  e la famiglia, come tanti altri africani arrivati dalla Libia in guerra, dovranno lasciare il centro dove vivono. Trovare una casa non sarà facile.

Fonte: Riccardo Venturi, “King of Vanity”. Vanity Fair N. 29, 25 Luglio 2012

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